Dougal Dixon e una zoologia del futuro #TheEarthClub

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luglio 5, 2018
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Dougal Dixon e una zoologia del futuro #TheEarthClub

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Vi siete mai chiesti come possa apparire il mondo dopo la scomparsa dell’uomo? A tutti potrebbe venire in mente uno scenario tipo “Pianeta delle Scimmie” di Pierre Boulle, in cui monumenti di un’era passata si mischiano ad una natura più o meno selvaggia che riprende il dominio sulla Terra. Ma se facessimo passare un tempo geologicamente ragionevole, diciamo 50 milioni di anni, quando non sarà rimasto neanche un segno della specie che si credeva la più valida del pianeta, come potrebbe apparire il mondo? A questo ha pensato il geologo, paleontologo e biologo speculativo scozzese Dougal Dixon provando a risponderci nel suo incredibile “After Man: A Zoology of the Future”, un manuale dove scienza e fantasia si mescolano per creare un mondo a dir poco spettacolare.

Da dove cominciare? I primi due capitoli del libro spiegano egregiamente i rudimenti della biologia evoluzionista, dell’etologia e della paleontologia, e fino a qui tutto tranquillo, selezione naturale, estinzioni di massa, dinosauri, tutte cose già sentite. Già dal terzo capitolo, però, si incomincia l’esplorazione del mondo dopo l’uomo, 50 milioni di anni dopo. I continenti un passo alla volta si sono spostati: l’Africa si è fusa all’Eurasia così come l’Australia, lo stretto di Bering si è chiuso mentre si è aperta la Rift Valley africana e lo stretto di Panama. Nulla di troppo grave, però, il clima è rimasto pressoché invariato, ma cos’è successo alla fauna per come la conosciamo? Una rivoluzione! I ratti sono diventati temibili predatori, esistono rettili bipedi, ci sono felini che si muovono fra gli alberi come scimmie e scimmie che planano similmente a scoiattoli volanti e i mammiferi pinnati non sono più foche, dugonghi e parenti, ma bensì discendenti di ippopotami, formichieri e pipistrelli. Roba da far girare la testa! In questo articolo però non voglio solo parlarvi delle meraviglie contenute in questo libro, ma anche mostrarvi le analogie con le meraviglie passate e presenti del mondo conosciuto.

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Iniziamo dalla mia specie preferita, il flooer, o meglio il Florifacies mirabila, perché tutte le specie elencate in questo libro hanno la propria corretta tassonomia. Si tratta di un piccolo discendente dei pipistrelli che ha perso la capacità di volare, ritrovandosi a deambulare da quadrupede un po’ goffamente. La sua caratteristica peculiare è però la modificazione dei padiglioni auricolari per imitare l’aspetto di un fiore, ed attrarre incauti insetti di cui si nutre, aiutandosi anche con la produzione di profumi zuccherini irresistibili per gli impollinatori.

Non è l’unico a sfruttare questa strategia, anche il potoo dalla faccia di fiore (Gryseonycta rostriflora) utilizza lo stesso tipo di mimetismo per ingannare gli insetti, aprendo il colorato becco.

Animali che imitano le piante per un mimetismo aggressivo, incredibile vero? Ma c’è chi ci è già arrivato prima, nel mondo degli invertebrati: come non ricordare la bellissima mantide orchidea (Hymenopus coronatus) o le variegate specie dei thomisidi o ragni granchio che imitano l’aspetto delle foglie o dei fiori dove vivono.

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Degna di nota sono anche le varie specie di rabbuck o conigliantilopi (Ungulagus spp.), lontani discendenti di lepri e conigli che hanno colonizzato numerosi ambienti come brucatori, dai deserti all’artico, dalle pianure alle montagne. Questi simpatici animali per adattarsi alla nuova nicchia ecologica hanno acquisito dei veri e propri zoccoli e sono passati da essere dei saltatori a essere dei corridori, oltre ad aumentare notevolmente di taglia e diventare ruminanti.

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Si potrebbe pensare che questi esseri siano assurdi ma in realtà la comparsa della ruminazione non è un’esclusiva del sottordine dei ruminanti in senso stretto, ai quali appartengono ad esempio mucche, giraffe, pecore e cervi, ma anche di cammelli e addirittura dei canguri. Perché non potrebbe comparire anche in altri gruppi di mammiferi? Inoltre i rabbuck non sarebbero i primi conigli incapaci di saltare e di notevoli dimensione: circa 3-5 milioni di anni fa, nell’isola di Minorca, abitava una grossa lepre che poteva raggiungere il mezzo metro di altezza e arrivare a pesare 23 kg, chiamata Nuralagus rex o lagomorfo gigante di Minorca. Anche lui era incapace di saltare anche se, al posto di brucare l’erba, preferiva nutrirsi di più nutrienti radici.

Uno dei più incredibili passaggi evolutivi proposti in questo libro è certamente quello dei pinguini. Chi avrebbe mai pensato che questi particolari uccelli potessero andare ad occupare il posto, udite udite, dei cetacei. Esatto, balene e delfini ormai estinti sono stati sostituiti dai vortex (Balenornis vivipera), giganteschi uccelli bianchi e neri provvisti di fanoni, e dai più piccoli ma ugualmente incredibili porpin (Stenavis piscivora), pinguini pinnati simili ai delfini.

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Credete che sia impossibile che possano esistere uccelli strettamente acquatici come quelli appena descritti? Non dobbiamo, però, dimenticarci la storia dei nostri cetacei. Esiste tutto un sottordine di cetacei estinti chiamati archeoceti, che rappresentano gli antenati dei nostri moderni mammiferi acquatici ma che a prima vista hanno ben poco in comune con loro. L’antenato più antico, il Pakicetus, era un animale totalmente terrestre dall’aspetto più simile ad un lupo che ad un delfino, infatti era provvisto di peli e non aveva grandi capacità da nuotatore. Il passaggio verso l’ambiente acquatico è stato graduale, passando dall’Ambulocetus, mammifero dall’attività simile a quella dei coccodrilli, proseguendo verso specie vagamente pinnate e inadatte alla vita terrestre, come il Rodhocetus, fino ad arrivare agli attuali cetacei. I pinguini attuali sembrano essere già un passo più avanti verso l’acquaticità rispetto ai primitivi archeoceti.

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Le divagazioni fantastiche di Dougal Dixon presentano anche delle innovazioni piuttosto eccentriche come la coda del parashrew, o toporagno paracadutista (Pennatacaudatus volitarius). I giovani di questo animale riescono a drizzare i peli della parte terminale della coda aprendola come un ombrello e utilizzandola per planare. Una cosa mai vista!

Anche se non possiamo assolutamente vedere Dougal Dixon come un Nostradamus dell’evoluzionismo, questo volume va oltre l’eleganza delle illustrazioni e il fascino delle descrizioni, facendoci capire tramite una semplice deduzione logica quanto sia incredibile il mondo attuale. Se è scientificamente plausibile che si generino specie così assurde come quelle presentate in questo libro, allora dovremmo capire quanto le vie che hanno portato all’attuale biodiversità siano meravigliosamente assurde, e come tutte le specie abbiano una storia che le porta lontanissime da quello che sono adesso. Dopo aver letto questo libro, davanti a una megattera o a un insetto stecco, davanti a un gatto o a una volpe volante, non può non venirci in mente il gigantesco mistero scientifico che ci ha fatto incontrare queste fantastiche creature.


D.F.